Una Favola

La strada da Sohar a Liwa la percorro andata e ritorno due volte al giorno. E’ un tratto perfettamente rettilineo che sembra essere stato tracciato da una gigantesca riga di 30 km. Sempre uguale è il paesaggio, anche per il resto dei 200 km che separano Sohar da Muscat, stesse case basse in stile arabo, stesse palme malaticce che sembrano anche loro risentire di quella vampa infernale, identiche moschee a cadenza costante quasi a scandire i segni di un antico rituale scritto con solenne metodicità.

Soprattutto la seconda volta, dopo il lavoro, sono molto felice di percorrere questa strada con la sua ferma e stazionaria identità. Loro sono sempre lì ad aspettarmi, sanno che porto la cioccolata o qualche altro snack italiano e loro adorano le cose italiane, forse per via della simpatia che hanno per me.

Sparsi in ogni angolo di quegli aridi luoghi, come a voler occupare per uno strano gioco maggior superficie possibile, sembrano degli ondivaghi pesci in un acquario tutto da esplorare, o dei guizzanti girini in uno stagno pronti alla metamorfosi che darà loro le gambe per camminare sulla terraferma. Li vedi su un cumulo di terra, che usano come scivolo, con la felicità che scintilla nei loro occhi come luce che si infrange su lame taglienti, o sulle barche, sgangherate dall’incessante saliscendi delle onde, a far capolino dai grovigli di una rete ammassata. La loro vita adesso è come quell’insignificante rigagnolo che presto diventerà un fiume, ma quando nasce non sa niente di cosa l’attende, crescerà e si diramerà, avrà affluenti o sarà affluente, subirà variazioni spontanee di percorso o sarà brutalmente deviato, ma alla fine sempre al mare giungerà. Allo stesso modo, nel loro percorso verso il mare, saranno segnati e provati, baciati e percossi, ma quando calerà il manto del declino, a schiacciarli, avranno nelle spalle la forza che viene dalla loro infanzia felice e dagli spiriti dei loro nonni che aleggiano come sentinelle.

Vado ogni giorno ad immergermi anch’io nella loro favola, di quella vita semplice e per molti aspetti primordiale se comparata ai nostri standard, che però li fa restare protetti sotto un tetto robusto, al riparo dalle intemperie del consumismo e dell’onnivora globalizzazione. Un tetto costruito con l’accoglienza, l’affabilità, la gentilezza e la genuinità dei loro genitori che sono l’anima dell’Oman incarnata in ogni suo arido sasso, in ogni sua secca montagna e in ogni particella di salsedine d’oceano sospesa nell’aria.

Liwa, 25-05-2017 - Antonio Spadaro

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