Quinta storia semplice:

Spiritualità

In questo scenario mistico dall’architettura biblica lei mi sembra come una lunga notte d’inverno. La scorgo di spalle tra le scale e sembra procedere incerta per aver avvertito la mia presenza, il vestito lungo, fatto di tenebra, a strusciare sulla la viva pietra del suolo. Avanza lenta, poi accelera il passo…quasi scappa, poi si ferma, si volta e mi fissa…come un tuono minaccioso che squarcia la notte e annuncia tempesta. Non avevo mai visto una notte così cupa prima d’ora, eppure il sole sta allungando la sua luce sulla cortina invisibile di sabbia e fumo di raffineria. Invisibile se non fosse per quel gioco di riflessione che i raggi del sole subiscono su di essa per diventare una specie di manto giallognolo pronto ad ubbidire al volere del vento. Gli onnipresenti gabbiani, come camerieri alati, sembrano gli artefici dello spostamento del manto, come se volessero apparecchiare una tavola gigante con l’unico scopo di coprire ogni traccia d’azzurro. In questo trambusto di sensazioni giro l’angolo con indifferenza allontanandomi da lei e dal pericolo che comincia a farsi concreto. Ed è qui, all’ingresso della moschea, che Jameel e Husaam parlano ad alta voce come a volermi fare partecipe dei loro discorsi in arabo per me incomprensibili. Solo dopo che Qasim decide di destarsi da quella posizione “da sarda a beccafico” e si avvicina a prendere parte al convivio riesco a capire, grazie alla sua stentata traduzione, il senso delle parole di Jameel e Husaam: “Voi occidentali che fate la corsa a chi si imbelletta meglio non conoscerete mai l’ebbrezza dello stare qui nella polvere, a contatto con la stessa materia che voi sarete e di cui l’universo fa parte e si compone, non capite che la polvere è l’essenza di ogni cosa e che siamo tutti prigionieri inermi di questa nostra zavorra che chiamiamo corpo, dove il nostro spirito è imprigionato come la tartaruga nel suo carapace. Noi stiamo faticando nella scalata di questa ripida e scivolosa parete che è la vita, gravati da una zavorra che ci spinge sempre verso il basso. Solo di rado abbiamo la fortuna di trovare una corda calata dall’alto, ma serve solo se abbiamo tanta forza nelle braccia per issarci fino alla vetta della salvezza da cui spiccare alla fine il volo”.

Nakhal Fort, 24-02-2017 - Antonio Spadaro

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